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UN INDOVINO MI DISSE.
Nella primavera del 1976, a Hong
Kong, un vecchio indovino cinese
avverte Tiziano Terzani: «Attento!
Nel 1993 corri un gran rischio di
morire. In quell'anno non volare.
Non volare mai». Dopo tanti anni,
Terzani non dimentica la profezia,
ma la trasforma in un'occasione per
guardare il mondo con occhi nuovi;
decide davvero di non prendere più
aerei, senza per questo rinunciare
al suo mestiere di corrispondente.
Spostandosi per l'Asia in treno, in
nave, in macchina, a volte anche a
piedi, il giornalista può osservare
paesi e persone da una prospettiva
spesso ignorata dal grande pubblico.
Il documentatissimo reportage si
trasforma così in un'appassionante
avventura e in un racconto ora
ironico ora drammatico, in cui
s'intrecciano vagabondaggi insoliti
e incontri fortuiti.
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"...Attento! Nel 1993 corri un
gran rischio di morire. In
quell'anno non volare. Non volare
mai», m'aveva detto un indovino.
Era successo a Hong Kong. Avevo
incontrato quel vecchio cinese per
caso. Sul momento quelle parole
m'avevano ovviamente colpito, ma non
me ne ero fatto un gran cruccio. Era
la primavera del 1976, e il 1993
pareva ancora lontanissimo. Quella
scadenza però non l'avevo
dimenticata. 1977... 1987... 1990...
1991. Sedici anni, specie se visti
dalla prospettiva del primo giorno,
sembrano tanti, ma, come tutti gli
anni, tranne quelli
dell'adolescenza, passarono
velocissimi e presto mi ritrovai
alla fine del 1992. Che fare?
Prendere sul serio quel vecchio
cinese e riorganizzare la mia vita,
tenendo conto del suo avvertimento?
O far finta di niente e tirare
avanti dicendomi: «Al diavolo gli
indovini e le loro fandonie»? A
quel punto avevo vissuto in
Asia,ininterrottamente, per più di
un ventennio - prima a Singapore,
poi a Hong Kong, Pechino, Tokyo,
infine a Bangkok - e pensai che il
miglior modo di affrontare quella «profezia»
fosse il modo asiatico: non
mettercisi contro, ma piegarcisi."
"...Mao aveva capito che, per
salvare la Cina, bisognava
proteggerla contro l’influenza
occidentale e farle cercare una
soluzione cinese al problema della
modernità e dello sviluppo. Nel
porsi il problema Mao era stato
grande. Grande era stato anche nello
sbagliarsi sul come risolverlo. Ma
sempre grande, Mao: grande poeta,
grande stratega, grande
intellettuale e grande assassino. Ma
grande come la Cina. Così come ora
è grande la sua tragedia. Se
qualcuno, fra qualche secolo,
riuscirà a guardare indietro alla
storia dell’umanità, la fine
della civiltà cinese gli dovrà
apparire come una grande perdita,
perché con quella è finita una
grande alternativa la cui esistenza
forse garantiva l'armonia del mondo.
Non è un caso che siano stati i
cinesi a scoprire che l’essenza di
tutto è l’equilibrio fra gli
opposti, fra lo yin e lo yang, fra
il sole e la luna, la luce e
l’ombra, il maschio e la femmina,
l’acqua e il fuoco. E’
nell’armonia fra le diversità che
il mondo si regge, si riproduce, sta
in tensione, vive. Per questo c’è
una qualche ragione di rimpiangere
il comunismo, non in quanto tale, ma
in quanto alternativa,
contrapposizione. Senza più quello,
s’è creato oggi nel mondo uno
squilibrio e la stessa parte che
crede d’aver vinto soffre ora di
quella mancanza di tensione che
dopotutto stimolava la sua creatività."
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