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LA SELVA OSCURA NELLA VALLE DELL'ORSIGNA.
di Tiziano Terzani
Avvincenti
storie di streghe, fantasmi e
spiriti fra rocce, boschi e vecchie
case in un incantevole piccolo borgo
sull'Appennino toscano, senza storia
e senza eroi. Pochi gli abitanti, ma
tanta l'umanità e la saggezza. È
un bellissimo omaggio alla terra in
cui Terzani ha posto le sue radici.
Ma è anche un articolo in cui la
poetica e l'etica dello scrittore
fiorentino si rivelano in una forma
assolutamente cristallina.
Le streghe erano tre. Stavano sedute
sui rami alti del noce accanto alla
fontana. Confabulavano e ridevano.
Dapprima Ettore sentì solo le loro
voci, poi, aguzzando gli occhi già
abituati al buio della notte perché
tornava a casa dopo aver giocato a
carte con gli amici, le riconobbe.
Volle scappare, ma anche le streghe
avevano riconosciuto lui e la più
vecchia lo bloccò con la sua
maledizione: «Ettore, quel che hai
visto scordatelo. Se mai ti esce una
sola parola di bocca, subito morirai».
Passarono gli anni ed Ettore non
disse mai nulla a nessuno. Poi un
giorno che era in Calabria a fare il
carbone con dei compaesani e che il
discorso, durante la cena, cadde
sulle streghe, e che il noce, la
fontana e il bar gli parevano
lontanissimi, gli venne da aprirsi
il cuore. «Io le streghe le ho
viste...». E fece i nomi. La
mattina dopo, mentre era al lavoro,
una carica di legna gli venne
inspiegabilmente addosso ed Ettore
ci rimase secco. Questa fu una delle
prime storie che mi raccontarono
quando arrivai ad Orsigna. Ero
bambino, venivo dalla città a
villeggiare e volevano che imparassi
a comportarmi ed a rispettare i tabù
della montagna. Ogni bosco, ogni
forra, ogni roccia sembrava averne
uno e i loro nomi parevano fatti
apposta per non far perdere alla
gente la memoria delle loro origini,
così come le croci e le madonnine
messe lungo i sentieri e per le
selve.
La Tomba era un piano che una donna,
per sfidare la credenza che lì ci
si aggirava uno spirito, una notte
d'inverno aveva voluto attraversare.
Dal grembo le era caduto il fuso con
cui filava la lana, quello s'era
piantato nella neve bloccandole la
gonna, lei s'era sentita come tirata
da una mano invisibile e al mattino
l'avevano ritrovata stecchita, morta
di paura. Il Fosso dello Scaraventa
era dove uno che diceva di non
credere ai fantasmi era stato da
quelli buttato giù per le balze.
La Pedata del Diavolo era dove il
demonio, che abitava nella valle
dell'Orsigna - chiamata ai vecchi
tempi «La Selva oscura» -, aveva
appoggiato per l'ultima volta il
piede, scappando dinanzi alla
Madonna, venuta a liberare gli
abitanti dalla dannazione eterne. Su
quel pezzo di terra ancora oggi non
cresce un solo filo d'erba. Quei
posti, con le loro leggende
raccontate dai vecchi,
m'incantarono.
Sono passati cinquant'anni, sono
stato nel frattempo negli angoli più
strani e lontani del mondo, ma da
quell'incanto non mi sono liberato e
l'Orsigna, con le sue duecento «anime»,
come qui chiamano ancora gli
abitanti, resta il mio ombelico
sulla terra.
«Orsigna, 806 metri sul livello del
mare», dice il cartello all'inizio
del paese. Firenze è a soli 75
chilometri di distanza, ma la strada
che oggi ci arriva non va da
nessun'altra parte e bisogna
conoscere il segreto di una curva
sulla vecchia, ottusa Porrettana per
vedersi aprire, inaspettata, ogni
volta come riscoperta, questa valle
ariosa in un semicerchio di monti i
cui colori marcano il passar delle
stagioni.
Al contrario dell'Abetone, Maresca,
Gavinana o San Marcello, paesi noti
dell'Appennino toscano, Orsigna non
ha mai avuto una sua ragione di
vanto. Non c'è mai successo nulla
di storico, non ci si è fermato mai
nessuno di famoso. L'unica lapide
del paese è quella sulla facciata
della chiesa, coi nomi e le
fotografie smaltate di una ventina
di ragazzi di qui, morti nella
Grande guerra. Il più vicino che un
«grande» sia mai arrivato fu a
cinque chilometri: quando il
Carducci dovette fermarsi alla
stazione di Pracchia a causa di un
guasto alla locomotiva del treno che
lo portava alle Terme di Porretta.
Io ad Orsigna ci venni per la prima
volta nel 1945, portato da mio
padre, che c'era stato da giovane,
quando, per sciare, si legavano le
palanche delle staccionate alle
scarpe. Ci arrivammo a piedi, lungo
la mulattiera. Non era un vero posto
di villeggiatura e trovammo
facilmente una camera da affittare.
Per alcuni anni stemmo dall'Azelia,
la postina, poi dalla Filide, una
pastora che da ogni marito che le
era morto aveva ereditato qualcosa e
la cui casa era per questo una delle
migliori del paese.
Ogni estate ero lì a badar le
pecore coi ragazzi della mia età, a
cercar funghi, a raccoglier
mirtilli, a guardare la levata del
sole da una delle cime, tutte sotto
i duemila metri, ma tutte - per me -
altissime. L'Orsigna è stata la mia
scuola di vita. Qui ho fatto il
primo ballo, ho avuto il primo
amore, le prime paure, i primi
sogni. Coi miei primi risparmi
comprai il prato dove avevo mandato
l'aquilone e con le pietre del fiume
ci feci una casa come quelle degli
altri, solo con la porta e le
finestre più grandi. Il pensiero di
quel posto m'è servito da bussola
nei miei vagabondaggi nel mondo e
quando ai miei figli, cresciuti
sempre in paesi d'altri, ho voluto
dare delle radici e mettere nella
memoria l'odore di una casa a cui
legare poi la nostalgia
dell'infanzia, ho imposto loro, come
regola di famiglia, di passare ogni
anno due mesi ad Orsigna.
C'era in questa valle selvaggia con
la sua gente senza storia - tranne
quella d'una gran miseria - senza
gloria - tranne quella delle
leggende di cui si sentivano
protagonisti - una misura di umanità
che volevo i figli imparassero e si
portassero dentro. Strana gente
quella dell'Orsigna! Già i loro
nomi mi impressionarono quando
arrivai. Gli uomini si chiamavano
Assuero, Smeraldo, Antimo, Elio; le
donne Sedomia, Elide, Fortunata. A
me, fiorentino, pareva strano che
loro non sapessero bene chi fossero
i loro antenati. Alcuni dicevano che
venivano da una compagnia di ventura
a cui un signore, non potendoli
pagare, aveva dato in feudo la
valle. Da qui i loro nomi di
famiglia: Venturi, Caporali e quello
d'un caseggiato chiamato il Vizzero.
Altri dicevano che all'origine erano
dei contrabbandieri che in questa
valle inaccessibile e zona di
confine fra le terre del Papa e
quelle del Granduca di Toscana,
evitavano di pagare il dazio alle
Gabbellette (un posto si chiama
appunto così) e varcavano la
montagna in un punto impervio
chiamato, non a caso, Porta Franca.
Certo è che in questa valle, scura
di boschi di castagni e faggi, gli
orsignani, lontani dalle città -
Firenze e Pistoia - di cui
diffidavano, erano cresciuti liberi
e pieni d'orgoglio. Abitavano nei
loro piccoli borghi sparsi lungo le
coste dei monti; ed anche alla
Chiesa, come si chiama ancora oggi
il paese vero e proprio, ci andavano
solo per la Messa, per giocare a
carte, per bere e per comprare il
sale ed i fiammiferi. Il resto lo
facevan da sé. Eran pastori e dalle
pecore e dai castagni tiravano tutto
quello di cui avevano bisogno. Anche
dal medico ci andavano solo in punto
di morte. Alighiero sapeva bloccare
il sangue di una ferita recitando
una formula misteriosa; Ubaldo -
quello vive ancora - con una sua
formula segnava il fuoco di
Sant'Antonio.
Gli orsignani era gente che aveva
tempo. Con un filo d'erba in bocca,
stavano per ore ed ore in cima ad un
colle a guardare il gregge con tutto
l'agio di pensare e di tacere. Mi
parevano conoscere l'animo umano
come pochi . Da ogni piccola vicenda
mi sembravano capaci di tirar fuori
l'archetipo con quella semplicità
in cui, piano piano, ho imparato a
riconoscere la grandezza. Erano, per
necessità, grandi osservatori della
natura e da quella tiravano sempre
grandi lezioni ed il senso di un
equilibrio che si rifletteva nel dar
vita, a volte solo con un nome e una
leggenda, ad ogni sasso, ad ogni
forra.
Crescendo imparai ad apprezzarli
sempre di più. Io andavo in capo al
mondo a cercar di capire qualcosa;
loro, senza saper né leggere né
scrivere, restando sempre lì, ma
facendo d'ogni piccolezza un
capitale, s'eran costruiti un gran
sapere, mi pareva. Tornavo dal
Vietnam e Alighiero, che la guerra
l'aveva vista solo una volta quando
i tedeschi eran venuti a bruciare
una borgata nella valle per
rappresaglia d'un attacco
partigiano, sembrava saperne tanto
più di me. E forse era così. Io
avevo visto per un attimo un grande
bagliore, lui aveva visto il lento
scorrere delle cose nella loro
interezza. I cinesi hanno una bella
espressione per descrivere come io
vivevo - ed ancora vivo - «Guardare
i fiori dal dorso di un cavallo».
Proprio così: in 25 anni d'Asia ho
visto tanti fiori, a volte
straordinari, grandi, ma dall'alto
di un cavallo, sempre di corsa,
sempre a distanza, senza troppo
tempo per soffermarmici. Gli
orsignani hanno visto pochi fiori,
forse piccoli, ma ci sono stati
accanto, li hanno visti sbocciare,
crescere, morire. E di quello
straordinario ciclo della vita son
diventati esperti. E liberi, anche
dalla morte. Questo è un posto in
cui tanta gente s'è suicidata come
non volesse dipendere dai disegni di
nessuno, neanche da quelli,
all'ultimo, del loro Creatore. La
Nunziatina, mia vicina, qualche anno
fa, si buttò dalla finestra per
poter andare ad occupare al cimitero
la tomba che s'era resa libera
accanto a quella del marito. Aveva
sentito che un'altra donna del paese
era stata portata all'ospedale e
sapeva che, se quella moriva prima
di lei, lei avrebbe perso il posto
in cui voleva esser sepolta.
Gli orsignani vivevano in un mondo
tutto loro, con regole loro, e della
città rifiutavano tutto. Persino la
spiegazione del nome del loro posto.
Orsigna, stando agli storici, veniva
dal fatto che la valle, menzionata
già in documenti dell'anno Mille,
era piena di orsi (da qui i due che
sono nello stemma di Pistoia), ma
secondo gli orsignani il nome
avrebbe a che fare con una
principessa Orsinia (degli Orsini?)
esiliata qui ad espiare un «fallo
d'amore». Le sue guardie erano
protette da grandi armature e solo
quando si spogliavano per prendere
il sole su uno dei colli si vedeva
che erano delle magnifiche ragazze.
Quel posto si chiama ancora Le
Ignude. «Lì ci si sente», mi
dicevano gli orsignani, indicandomi
i ruderi di un posto che si chiama
Il Castello (quello della
principessa?), ma che tutt'al più
poteva essere stato un gruppo di
misere casupole di pietra. Io stavo
in silenzio a cercare di sentire i
lamenti antichi della Orsinia, ma
non ci riuscivo. «Ci vuole che tu
abbia il secondo udito e la seconda
vista», diceva Guidino, un vecchio
piccolo piccolo che mi era amico.
Lui quei secondi sensi li aveva
tutti. Viveva in una casa tutta nera
di fumo, ma era un poeta nato, e
vinceva regolarmente le gare di
contrasto in cui, davanti ad una
damigiana di vino, i vari poeti del
paese si sfidavano a cantare, a rime
alterne, uno difendendo le virtù
della donna mora, l'altro quelle
della bionda; uno i pregi del sole,
l'altro quelli della luna. Oggi
nessuno canta più di contrasto ad
Orsigna. Col passare degli anni
tante cose anche qui sono cambiate.
È arrivata la televisione ed
attorno al camino, la sera, la gente
non ci sta più a conversare. La
maggioranza dei pastori sono scesi
in pian o e i loro figli son
diventati cittadini. Eppure molti di
loro tornano, rifanno le vecchie
case, tornano per andare a funghi,
per vedere sorgere il sole dalle
cime e per ballare in piazza sotto
l'unico monumento del paese, un
piccolo Cristo di marmo a braccia
aperte. Torno sempre anch'io e
sempre più mi domando se, dopo
tanta strada fatta altrove, in mezzo
a tante genti diverse, sempre in
cerca d'altro, in cerca d'esotico,
in cerca d'un senso all'insensata
cosa che è la vita, questa valle
non sia dopotutto il posto più
altro, il posto più esotico e più
sensato, e se, dopo tante avventure
e tanti amori, per il Vietnam, la
Cina, il Giappone ed ora per
l'India, l'Orsigna non sia - se ho
fortuna - il mio vero, ultimo amore.
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