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IL MIO ULTIMO VIAGGIO.
Un'intervista inedita a Tiziano
Terzani.
di Fabrizio Revelli
È un saluto in extremis, ma
ironico, gioioso, nello stile di un
grande reporter che racconta se
stesso.
Sono due risate, che esplodono dalla
gran barba bianca, ad aprire e
chiudere l'intervista. C'è la
curiosità irriducibile del grande
giornalista, che ci racconta come un
reportage sette anni di battaglia
contro il cancro. C'è la sua
strepitosa faccia da pirata, la voce
tonante, l'ironia, l'orgoglio del
fiorentino che «la sa sempre lunga»
ma infine supera la barriera del
proprio scetticismo.
E c'è tutta la forza di Tiziano
Terzani, dell'uomo bello e vitale
che sta per abbandonare in serenità
il proprio corpo, del vecchio
reporter di guerra che maledice ogni
guerra, nell'intervista televisiva
che Mario Zanot ha realizzato e che
Rete 4 trasmetterà lunedì
prossimo. È stata girata il 27 e 28
maggio scorsi, esattamente due mesi
prima della morte di Terzani.
Repubblica l'ha vista in anteprima.
Si intitola "Anam, il senzanome":
così Terzani aveva scelto di
chiamarsi nei tre mesi passati in un
ashram indiano, nel tentativo di
tagliare i ponti col mondo dei
sensi, dei desideri, di «ritirare
gli anni e la testa nel guscio come
fa la tartaruga e prepararsi a
lasciare la vita». È questo
intento che gli aveva fatto
declinare, in un primo tempo,
l'offerta di una intervista
televisiva su di sé: «Alla fine
della mia vita - scriveva a Zanot -
non voglio ricadere nella orribile
trappola dell'ego che, assieme a
quella dei desideri, ho dedicato
recentemente molto tempo a
distruggere. Giustamente lei
suggeriva come titolo del suo lavoro
Anam, punto di arrivo di quel
tentato azzeramento dell'Io. Fare
oggi un documentario su di me,
ex-Tiziano Terzani diventato Anam,
significherebbe in fondo tradire il
lavoro a cui ho dedicato gli ultimi
anni». Il regista insiste, e riesce
a strappargli una promessa: poter
registrare con la telecamera almeno
un suo sorriso, o una risata.
Terzani acconsente («Una risata non
la si nega a nessuno»), e infine
quell'attimo si dilata in due giorni
di racconto.
E comincia con una risata. «Un
tumore? Ne ho vari, un po' di qua,
un po' di là. Ma la cosa divertente
è che ci convivo da sette anni.
Beh, non credo che durerà molto a
lungo. Ma la cosa curiosa, la cosa
interessante è che io e quelli
siamo una cosa sola, e sarebbe
stupido pensare: loro ammazzano me,
io ammazzo loro. Ce ne andiamo
insieme perché siamo cresciuti
insieme. E con questo voglio dire
che per me questo cancro è stata
una grande benedizione. Perché ero
ricaduto nella routine della vita e
questo cancro mi ha salvato. Perché
finalmente all'invito di un
ambasciatore a cena, a una
conferenza stampa, a un viaggio a
cui non ero più interessato, io
potevo sottrarmi. Io ho il cancro.
Il cancro è diventato una sorta di
scudo, di barriera, di divisione tra
me e il mondo da cui volevo
staccarmi».
In seguito verrà il lungo viaggio
attraverso medicine alternative,
luoghi di meditazione orientale,
santoni e lama tibetani. Ma, quando
arriva la rivelazione del «malanno»,
Terzani sceglie la ragione e la
scienza: «Io ero vissuto in Asia
fino ad allora quasi trent'anni.Ma
quando si è trattato di scegliere
che cosa fare non è che mi sono
affidato a uno con il pendolo, o
all'altro con delle pozioni magiche
raccolte nella foresta. Io sono
andato nel più grande centro di
cancro del mondo e mi sono affidato
alla ragione e alla scienza, della
quale conoscevo bene i limiti, e
durante la terapia questi limiti
sono saltati agli occhi. Però ho
fatto questo».
A New York dagli «aggiustatori»:
«Però bravi, bravi, a loro modo
bravi. Non devo assolutamente
disprezzare il loro lavoro. Tutto
sommato mi hanno tenuto a giro
ancora per sette anni». Quella New
York dove già una volta era
fuggito, a imparare il cinese dopo
cinque anni di lavoro all'Olivetti:
«Allora già una volta New York mi
aveva salvato e di nuovo torno in
questa città, meravigliosa e
orribile nella sua violenza, per
cercare la salvezza. E questa
contraddizione l'ho sentita molto
forte, perché in fondo c'era
qualcosa di ideologicamente
sbagliato in quello che facevo. Cioè,
disprezzavo questa macchina di
guerra e di violenza che l’America
è. Per cui, come una grande
macchina di guerra, è anche una
grande macchina di guerra contro il
cancro. E io, disprezzando un
aspetto, andavo lì e mi facevo
curare da questi qua. Infatti mi è
piaciuto molto alla fine, quando
sono andato dopo tutti questi anni
per l’ultima visita, e mi hanno
detto che non c’era più niente da
fare… E ho trovato che la migliore
cosa che potevo fare era tornare a
vivere in pace nella mia baita,
senza più medicine, senza più
contraddizioni, senza più questo
senso che andavo a chiedere aiuto a
qualcuno che poi disprezzavo per
altri versi».
Al centro c'è la malattia,
combattuta con ogni mezzo, tra
medici e guaritori, chemio e
stravaganze.
Mesi a New York, da solo, il
racconto della «Ragna», la
macchina della radioterapia: «Questa
macchina, la Ragna l'ho chiamata,
era buffissima. Era in questa
stanza, piena di luci, stranissima,
con questa testa e questo busto,
tonda con tutte le luci... ». Le
mutazioni del corpo: «Entravo nel
bagno, guardavo lo specchio e c'era
uno che mi sorrideva, ma non ero io.
Glabro, senza capelli, gonfio di
chemioterapia. E mi continuava a
sorridere». Poi, «la grande
avventura», il viaggio per il mondo
alla ricerca di una salvezza
alternativa: «Strada facendo — e
io adoro viaggiare, è il mio modo
di reagire a tutto, anche a questo
ho reagito viaggiando, mettendomi
sulla strada, vivendo delle
avventure — mi sono reso conto che
in verità io non volevo una
medicina per il mio cancro, volevo
una medicina per quella malattia che
è di tutti, che non è il cancro:
la mortalità».
Un viaggio che il gran curioso
Terzani racconta con ironia, con
stupore: «Cose curiose ne ho fatte
di tutti i colori. Lavaggio del
colon, dieci giorni in un'isoletta
della Thailandia con digiuni
completi e clisteri di 18 litri al
giorno due volte. Poi sono stato dai
guaritori filippini, quelli che
tolgono sangue, budellina di pollo
dalle tue interiora». L’India
fantastica: «Un'altra grande
esperienza che ho fatto è in questo
famoso ospedale ayurvedico, dove
sono arrivato e la cosa che più mi
ha colpito era l'elefante. C'era un
elefante! Nel cortile! E ogni giorno
c'era una cosa stupenda, calava il
sole e iniziava un teatro
meraviglioso, fino all'alba. Con
suoni di cimbali, barriti di
elefanti, balli, strane danze, che
erano parte della cura perché i
malati assistevano a questo
spettacolo degli dèi scesi sulla
terra, come a parte della loro
terapia».
E alla fine del viaggio, dopo i lama
tibetani, le pozioni diluite con
piscio di vacca («Ma io,
fiorentino, piglio una pozione col
piscio di vacca?»), le palline
d'orzo, l'ashram («Ero Anam,
senzanome, è stato buttare alle
ortiche una cosa, come un vestito
che ti sta stretto»), la
conclusione: «I miracoli esistono,
ma tu devi essere l’artefice del
tuo». E il miracolo è
l’accettazione della sofferenza,
l’equilibrio ritrovato: «A un
certo momento, paf, basta, chiuso.
Non voglio più sentire niente di
tutta questa roba, perché la cura
ho capito che è un’altra. Non è
la cura, è la guarigione che cerco.
E la guarigione è la ricostruzione
dell’equilibrio.
In mezzo, l’11 settembre,
l’orrore, il pensiero «che
potesse essere il momento di un
grande ripensamento», le Lettere
contro la guerra, «dopo aver fatto
per tutta la vita il corrispondente
di guerra mi pareva arrivato il
momento per dire che mi sentivo
ormai in verità uomo di pace».
Infine il ritorno all’Orsigna,
alla casetta di legno che s’era
costruito dove stare solo: «Per me
era importante aver capito questo,
che il fine della mia vita era di
ristabilire un’armonia, con quel
che mi circonda, con la gente a cui
tengo, e con questo prepararmi
all’ultimo passo della vita, che
è la morte, senz’angoscia, senza
la pretesa che troverò una cura».
Godere di ogni giorno «come fosse
un altro giro di giostra».
«Io sono in pace. Sono in una
condizione stupenda, sto benissimo.
E il mio corpo, me ne staccherò, lo
lascerò lì e andrò via». Un solo
cruccio: «Mi incuriosisce morire,
mi dispiace solo che non potrò
scriverne». E un consiglio finale:
«Ridere, io trovo che ridere è una
cura, è parte della guarigione.
Infatti un’altra delle terapie che
ho scoperto in India è la terapia
del sorriso, del ridere. Per cui il
consiglio che do a tutti è
cominciare con una gran risata e
finire con una gran risata».
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